Essere omosessuale e cristiano al Sud. Ponti Sospesi che, a Napoli, s’incontrano

Intervento di Federico del gruppo Ponti Sospesi di Napoli al I° forum italiano dei cristiani omosessuali (Albano Laziale, 26/28 Marzo 2010)

Il mio incontro con il gruppo “I Ponti Sospesi” è avvenuto in un momento molto significativo della mia vita: all’inizio della convivenza con il mio attuale compagno.Le “spinte” motivazionali sono state due: da un lato la ricerca di una pluralità di persone con cui poter parlare della mia vita di coppia e dall’altro l’esigenza di crearmi una nuova rete di relazioni.
Proverò ad illustrare queste due motivazioni, ed infine a chiarire quali sono le motivazioni che mi tengono impegnato attualmente all’interno del gruppo e le analogie tra il percorso personale e lo sviluppo del gruppo.

Il bisogno di parlare e di raccontare la mia esperienza d’amore all’inizio della convivenza era incontenibile. E questo da un lato per amore, dall’altro per paura. Sì, avevo una grande difficoltà ad inquadrare la mia relazione in qualunque altro tipo di relazione, in quanto io e il mio compagno, siamo molti diversi. E ciò mi provocava paura.

Proveniamo da contesti sociali e culturali lontani, eppure non ho mai trovato una persona con cui mi è piaciuto di più relazionarmi sul piano affettivo ed emotivo. E da subito si è mostrato anche una persona matura, che seppur con vedute diverse dalle mie, formulava in ordine alle tante scelte di vita che ci siamo trovati a condividere, soluzioni per me del tutto impensabili, ma alla fine valide ed interessanti.

Racconto questi dettagli per farvi capire che non ho mai trovato una coppia con tante differenze quante quelle che ci sono tra me e lui. Tali constatazioni, inizialmente mi procuravano paura e disagio soprattutto mi procurava disagio pensare al fatto di non trovare altre coppie che mi potessero fare “da modello” di riferimento, modello cui mentalmente fare affidamento.

Il disagio aumentava a causa del fatto che in coppia gli amici di un tempo non mi andavano più bene. Da qui il desiderio di creare nuove relazioni, in contesti diversi da quelli con cui mi ero sino ad allora avvicinato. Più cresceva il disagio, più mi rendevo conto che avevo bisogno di sdrammatizzare tutta la questione e l’unica “via d’uscita” che mi veniva in mente, era quella di parlarne con altre persone.

Ricordo che in quel periodo era venuto meno anche il rapporto con una persona per me significativa: il mio analista, con cui avevo compiuto un percorso importante di crescita, ma col quale in quel periodo ritenni di non poter più proseguire perché non lo trovavo un interlocutore capace di capire la mia scelta di convivere con un ragazzo.

Provai anche ad andare da un suo allievo, ma anche questi non si rivelò all’altezza e mi trovai così privo anche di tale tipo di interlocuzione. La necessità di raccontarmi pertanto diventava sempre più pressante, eppure le opportunità di farlo, sempre più ridotte.

Mi sembrava che anziché aprirsi un futuro davanti, mi si chiudevano tutte le strade. Eppure sentivo di voler continuare a cercare, perché avevo bisogno di crescere. L’idea di poter parlare a ragazzi omosessuali come me, mi sembrò un miraggio.

E durante un lungo e faticoso pomeriggio di lavoro in studio, trovai il tempo di mettermi a cercare in internet un gruppo di dialogo composto da persone omosessuali. La mia formazione cattolica mi indusse a pensare che persone omosessuali, che si ponessero interrogativi riguardo alla fede, potessero essere più attenti di altri.

In realtà però non mi interessava il discorso sulla fede, perché crescendo nell’amore con il mio compagno sperimentavo una nuova dimensione di fede che trovavo appagante. Impostando nel motore di ricerca le parole “omosessuali credenti”, venni in contatto con numerosi siti, taluni anche ricchi di materiale per la riflessione.

Era il 2005 e già le diverse realtà di omosessuali credenti in Italia visibili, in internet, erano numerose. Quando trovai il sito de “I ponti sospesi” pensai che il gruppo poteva essere un’opportunità di raccontarmi, confrontarmi e mettere insieme tante parti di me.

Insomma, per dirla in altri termini, per me quell’aggettivo “credente” nel mio immaginario offriva le credenziali di un gruppo capace di ascoltarmi con attenzione. Su un piano più razionale mi dicevo che se degli uomini e delle donne avevano provato a mettere insieme la fede con l’omosessualità, quanto meno dovevano aver sviluppato una capacità di dialogo. E anche solo il poter dialogare per me sarebbe stata una straordinaria opportunità. E le mie aspettative non furono deluse, sin dal primo incontro. I “Ponti sospesi” per scelta dei suoi fondatori, consentono l’accesso al gruppo dopo un incontro preliminare volto a verificare la compatibilità fra le motivazioni del singolo e le finalità del gruppo.

E l’incontro preliminare solitamente è un momento di ascolto, che si svolge in un ambiente ameno, quale può essere un caffè della città, dove poter parlare con calma. Da allora per me il gruppo è sempre stato un luogo accogliente e rassicurante.

L’altra motivazione che mi ha spinto a far parte del gruppo è più di carattere sociale. Il desiderio di stabilire nuove frequentazioni, ed eventualmente sperimentare nuove amicizie, non costituiva soltanto una necessità di crescita, ma rappresentava anche una sorta di ribellione ad un giro di frequentazioni di cui mi ero stancato. In realtà, a ben vedere e con il passare del tempo, ho compreso che quelle frequentazioni non dovevano essere poi così significative per me, se ad un cambiamento nella mia vita non avevano “retto”. Per cui, mentre iniziavo a frequentare il gruppo e conoscere i suoi componenti, mi liberavo dal senso di frustrazione per la perdita dei vecchi amici e sperimentavo il piacere di creare nuove relazioni.

E occorre precisare che il gruppo – negli approcci iniziali – ha sempre manifestato grande interesse per i nuovi arrivati rendendo anche euforici i primi contatti. Ricordo che mi colpì molto e creò in me qualche resistenza l’eterogeneità del gruppo, che con il passare del tempo è diventato il motivo di maggiore legame. Età diverse, formazioni diverse, abitudini diverse. Insomma un altro mondo che mi ha imposto di fare i conti con tutta una serie di pregiudizi e che mi mette in discussione ad ogni incontro.

E veniamo così alle motivazioni che mi tengono oggi saldamente legato al gruppo. Il gruppo, oltre che luogo di affetti è una palestra. Sono tali e tante le diversità presenti che la mia stessa diversità trova il modo di esprimersi. Provo a spiegarmi un po’ meglio.

Il gruppo è un luogo di confronto con esperienze di vita e di coppia diverse dalla mia. Il gruppo è una forma di impegno in favore di chi ha incontrato maggiori difficoltà nella presa d’atto della propria omosessualità. Da ciò nasce la straordinarietà di questo tipo di esperienza: talvolta mi trovo a relazionarmi con persone che sono più avanti di me nella relazione di coppia e nel proprio percorso di crescita; talvolta mi trovo a relazionarmi con persone che cercano consigli, suggerimenti, che chiedono il racconto dell’esperienza affettiva e che partendo da un racconto provano a sperimentare un percorso di crescita. La fede è stata intesa dal gruppo in senso “ampio” ed il gruppo sin dalla sua nascita è aperto ad ogni confessione religiosa.

Attualmente vi è una prevalenza di cattolici, con alcune presenze della chiesa Valdese. Sul punto occorre una precisazione: i cattolici presenti dichiarano un sentimento di fede, talvolta profondo, ma evidenziano una distanza, spesso marcata, dalle posizioni della chiesa. A tale atteggiamento si collega spesso la percezione di non essere parte di un cammino comunitario e condiviso. Per molti che provengono da passate esperienze di gruppi di vita cristiana, anche molto impegnati, il non sentirsi parte della chiesa, intesa come comunità, ossia luogo di fratellanza e fede, crea difficoltà e in taluni casi, sofferenza.

Il gruppo ha inizialmente raccolto intorno a sé 8-10 persone (dell’età tra i 30 ed i 40 anni), che per circa un paio d’anni hanno tenuto incontri che rispondevano alle istanze di crescita e di ricerca dei componenti. Successivamente il gruppo si è allargato, coinvolgendo un numero crescente di persone, di età diverse, con esperienze e percorsi formativi diversi. Un dato costante del gruppo – stando a quello che mi è stato raccontato, perché vi sono entrato 5 anni fa – è però il desiderio di incontrarsi per stare insieme e condividere il proprio vissuto. Oggi il gruppo conta circa 40 persone, di cui 20-25 abitualmente presenti agli incontri, che si svolgono con cadenza quindicennale.

Gli incontri sono tenuti da sottogruppi che sviluppano progetti di approfondimento su singole questioni, che vengono presentati secondo un ordine stabilito da un gruppo di coordinamento denominato consiglio. Il gruppo per scelta, alterna gli incontri di “spiritualità” con quelli “relazionali”. Solo quest’anno è iniziata una collaborazione stabile con alcuni religiosi.

Gli incontri relazionali si avvalgono della collaborazione, ormai consolidata da anni, di una psicoterapeuta, specialista in ludoterapia. Tutti gli incontri sono comunque guidati e “facilitati” dai componenti del gruppo.

Il gruppo è impegnato da tre anni nella realizzazione della Veglia per le vittime dell’omofobia, evento pubblico che a Napoli viene accolto nella chiesa Valdese di via dei Cimbri. La Veglia costituisce un momento aggregativo e di visibilità, al quale partecipano anche alcuni familiari di componenti del gruppo, taluni anche con un coinvolgimento diretto, (partecipazione al momento comunitario di preghiera, partecipazione ai momenti di dibattito).

È dello scorso anno la partecipazione, molto toccante, della mamma di uno dei fondatori del gruppo, che ha sentito il desiderio di manifestare il suo senso di maternità, allargandolo a tutti i componenti del gruppo e agli omosessuali, discriminati e non compresi dalle proprie mamme.
Esiste anche una componente di visibilità della Veglia, legata al fatto che le istituzioni, (lo scorso anno attraverso l’Assessore comunale alle politiche sociali), un esponente della chiesa cattolica, più esponenti della chiesa valdese, vi hanno preso parte.

Territorio, quello della visibilità, che nel nostro gruppo accende gli animi e gela i cuori, nel senso che tutti vorrebbero visibilità, ma per motivi diversi, al momento in cui viene chiesta, negano la disponibilità. Ma questo “aspetto” aprirebbe un altro argomento, che ci porterebbe lontano. Attualmente il gruppo si trova davanti ad un bivio: aprirsi o meno all’esterno, promuovendo iniziative che diano visibilità, oppure proseguire lavorando esclusivamente al suo interno.

Al riguardo rifletto sul fatto che certamente non è un caso che quest’anno si sono interessati al gruppo da un lato alcuni religiosi, e dall’altro il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Federico II degli Studi di Napoli, coinvolgendo il gruppo in alcune attività di studio e ricerca.

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