Noi cristiani lgbt al Forum. Ciò che eravamo, siamo e saremo

Testimonianza di Andrea del gruppo Nuova Proposta di Roma al I° Forum Italiano dei cristiani omosessuali (Albano Laziale, 26-28 marzo 2010)

Sono stato con Dario da venerdì a domenica scorsi ad Albano Laziale, al primo raduno dei gruppi di omosessuali cristiani che, con l’Associazione di cui facciamo parte, abbiamo contribuito ad organizzare.

Non è la prima volta che partecipiamo a incontri di questo tipo. Con aggregazioni diverse lo facciamo da quasi 10 anni. I contenuti sono più o meno noti. Meno nota e sorprendente, nel suo ripetersi costante, è la mia reazione ogni volta che mi trovo insieme ad altri omosessuali cristiani e tenterò di descriverla in questa nota.
All’inizio, dopo una metabolizzazione del contesto che, in genere, mi dura massimo un paio di ore, mi comincia a montare l’adrenalina e perdo il controllo di questo ormone/neurotrasmettitore i cui valori salgono incessantemente nel mio corpofino a diventare carico come una pila elettrica… La testa comincia a farmi male, i sensi si acuiscono, sono iper recettivo a tutto e a tutti. Il cuore sembra scoppiarmi, i battiti accelerati fino quasi alla tachicardia. Dentro ho un’energia che mi consentirebbe di rimanere sveglio per giorni. La sera a letto fatico ad addormentarmi. Riesco solo dopo molto tempo…

Intanto guardo le persone attorno a me: le guardo con occhi diversi. Sono sempre stato una persona molto curiosa. Se sono a un bar o sull’autobus mi capita di fissarmi sul volto di una persona che mi incuriosisce: la scruto, voglio memorizzare tutto di quel volto. Dario dice che una volta o l’altra qualcuno mi picchierà per questo… ma che posso farci? Non me ne rendo conto. Fa parte del mio essere “spugna creativa”: assorbo e rielaboro continuamente… persone, volti, sguardi, parole… E’ il mio processo naturale di metabolizzazione della realtà…
Ad Albano mi accorgo, tuttavia, che il modo in cui sto percependo le altre persone non è solo con i sensi… Sto percependo la loro energia, l’energia di ogni singola persona… E’ questo che mi sta facendo scoppiare testa, cuore, polmoni… Percepisco un fluire unico di energia, fatta di tanti rivoli diversificati, di tante storie, aspettative concrete, speranze deluse, mortificazioni, gioie negate, “parole non dette”, incontri non avvenuti, incontri avvenuti ma che si sarebbe preferito non fossero avvenuti…

Percepisco che questo fluire unico di energia si compone via via in maniera coerente nell’incoerenza dei singoli percorsi individuali con un minimo comun denominatore:l’impossibilità esperita di canalizzare la propria personale energia a causa dei contesti più o meno omofobi in cui ci si è trovati a vivere. Sono storie di negazione, la mia, quella di Dario e quella di tutte le persone che ho accanto, che abbraccio, che osservo… Negazione a volte culminata in un lieto fine, al termine di un lungo percorso di accettazione, ma sempre con la negazione di sè come partenza.
Negazione vuol dire tante cose e con diversa intensità: negazione della propria omosessualità, della possibilità di avere una vita affettiva piena e trasparente; vuol dire mortificazione del proprio potenziale di fecondità, della propria creatività per la pretesa innaturale di gestire il controllo del proprio corpo e dei pregiudizi altrui. Vuol dire mortificazione della propria identità per continuare a rimanere a far parte di ambiti assai cari, come quello parrocchiale.
Significa tacere, glissare, modellare la propria vita smussando il genere della persona di cui siamo innamorati, rendendo la nostra dimensione affettiva vaga e misteriosa per gli altri, cessando di comunicare veramente, anestetizzandoci di fronte agli altri, mutilando la verità della nostra vita per il timore di essere rifiutati. Significa, spesso, impedirci di essere se stessi anche in famiglia, per timore di “far male ai genitori”, senza concedersi neanche la possibilità di trovare un nido accogliente dove essere compresi e accettati per quello che siamo e non per quello che non siamo.

Tutto trova posto in questa corrente che si sta formando: vi trova asilo il pianto di R., quasi incredulo delll’aver incontrato così tante persone in cammino verso la stessa meta, lo sguardo serio e attento di A., che sa cos’è la depressione e lotta contro di essa cercando una strada per vivere, gli occhi buoni e cordiali di G., che vive in un piccolo paese del Nord Est di 200 abitanti e che, forse, fino ad oggi non ha mai intravisto neppure lontanamente la possibilità di potersi concedere di avere una vita affettiva piena, la commozione di G. che, nonostante anni di militanza come omosessuale cristiano, ancora forse non ha visto la Luce spiegarsi nella sua totale bellezza, la storia mia e di Dario che, lungi dall’essere un modello, forse a qualcuno può infondere speranza… Tutto trova posto, come per magia… Tutto si riconcilia…

Nascere e crescere da omosessuale in una società omofoba, basata esclusivamente sul modello eterosessuale, forgia le persone in una maniera peculiare: non potendo trovare uno specchio per la propria condizione né all’esterno né all’esterno della famiglia, quasi tutti noi ci imponiamo inconsciamente di trovare questo specchio dentro di noi. Inizia così quel percorso di”esplorazione dell’aldidentro” che non ci abbandonerà mai e che, forse, ci espone naturalmente a una maggiore tendenza ad una visione “mistica” della vita: l’aldidentro e l’aldisopra sono orizzonti possibili per un omosessuale cristiano… che il più delle volte non trova riscontro di sè negli altri.
In contesti, come questo di Albano, questo schema crolla: l’obbligo di frequentazione solo dell’Aldidentro improvvisamente scompare; davanti a noi ci sono mille specchi in cui possiamo rifletterci, con cui possiamo confrontarci per gemellare le nostre sofferenze, le nostre gioie, il modo in cui abbiamo condiviso la percezione della realtà e, soprattutto, il percorso intralciato di conquista dell’Amore di Dio. Sì, perché Dio, se ci abbandoniamo veramente al suo Amore, è veramente l’esperienza del poter essere come siamo fino in fondo e non come non siamo, nonostante quello che spesso ci dicono alcuni rappresenti della Chiesa con la C maiuscola.

Le persone che ci troviamo di fronte sono quello che eravamo, che siamo, che saremo, quello che avremmo potuto essere e che potremmo essere. Rappresentano il nostro passato e il nostro futuro. Sono i fratelli con cui non abbiamo potuto parlare, i sacerdoti che non abbiamo trovato nel momento del bisogno, la spalla su cui piangere che che non ci è stata offerta, il compagno con cui ridere e fare comunella che avremmo desiderato.
Non c’è differenza tra nord e sud, tra est e ovest, tra grande e piccolo, tra ricco e povero. Le differenze si annullano per lasciare spazio ad un territorio di comprensione empatica, di confronto e di commozione.

Tutta questa energia si è impossessata di me, senza che potessi oppormi in alcun modo… Mi ha fatto stare male e bene, patire e compatire. Mi ha reso euforico e pieno di voglia di fare ma anche frustrato perché mi ha dato contezza del fatto che non viviamo sempre in un contesto così altamente empatico e che momenti come questi hanno un inizio e una fine.
Ma il cammino continua, le strade continueranno ad incrociarsi, alla fontana ci fermeremo a ristorarci e ci saluteremo ancora, prima di riprendere il nostro viaggio personale.

A tutti voi con affetto!

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