In un cantuccio del mio cuore. Scoprirsi donna, lesbica e credente

Testimonianza di Lidia del gruppo Bethel di Genova, tenuta al II° Forum dei Cristiani Omosessuali Italiani di Albano (30 marzo/1 aprile 2012)

Sono nata a Genova 47 anni fa, in casa, a seguito di un parto, con tanto di levatrice, che non filò liscio come l’olio: solo dopo che le esperte mani della grezza mammana, dal dialetto genovese assai facile, erano riuscite a districare i miei piedini dal “nodo di porco” con cui il cordone ombelicale si era attorcigliato intorno ad essi, potei fare il mio ingresso nel mondo.
Ed esplosi in un rabbioso quanto liberatorio urlo, senza che ci fosse stato bisogno di svegliarmi. Nacqui rabbiosa e non mi sono fermata più, almeno fino a quando Dio non è rientrato di prepotenza nella mia vita. Fin da subito apparve chiaro ai miei famigliari che non ero normale. Ti credo! Trovatemi voi una persona che lo è. Non sta scritto da qualche parte che siamo tutte creature uniche fuoriuscite dalla mente amorevole di Dio?!
E invece no. Io ero diversa. Nell’ordine ero, anche: un terremoto, troppo esuberante, impertinente, sfacciata, impulsiva, umorale, troppo ridanciana, mancina, astemia, mascolina, irrispettosa nei confronti dei vari preti che hanno tentato di “raddrizzarmi” durante le lezioni di catechismo e le confessioni, facile a deconcentrarsi, svogliata, vestita solo di abiti maschili (léggasi pantaloni).

Insomma, ero un disastro, a detta di chi mi vedeva dal di fuori. E meno male che le persone che davvero mi amavano si erano fatte di me tutt’altra idea. L’unico problema fu che nessuno si preoccupò di farlo sapere pure a me, la diretta interessata che, nel frattempo, cresceva “storta”, come gli altri la vedevano. A sei anni cominciai a frequentare le lezioni di catechismo per poter fare la prima comunione.
Lì i miei guai divennero seri, a detta dei preti dell’epoca: non ero in grado di seguire composta le lezioni, ridevo a più non posso, ero la “capo popolo” di un gruppo di maschietti del quale io ero la sola femmina, ero irrispettosa e poco incline all’ubbidienza e all’apprendimento dei dettami cattolici.
Quel che non venne mai fuori da quelle feroci critiche fu che, ad ogni mia confessione, in chiesa, venivo immancabilmente svergognata per i miei presunti peccati e costretta a recitare, in ginocchio, davanti alla grata del confessionale, un atto di dolore che proprio non mi entrava in testa, nonostante io avessi tentato con tutte le mie forze di impararlo a memoria.
Per i più duri di comprendonio, come la sottoscritta, un santino recante il testo scritto di quell’atto era stato debitamente incollato a lato della grata, non tanto per fare un favore a chi non lo conosceva a memoria, ma per dare al confessore un pretesto in più per svergognare il malcapitato o la malcapitata di turno.

Il giorno dopo la prima comunione decisi di dire basta ai soprusi del mio parroco e pregai i miei famigliari di non parlarmi più della chiesa cattolica. Decisi che, da quel momento in poi, sarei stata atea. Come se si potesse scegliere di esserlo o meno. Crebbi sana, maschia e ribelle ma, dopo poco, quel benefico seme della mia ribellione si spense. Mi innamoravo immancabilmente delle femmine. Più erano acide, belle e stronze, più io le cercavo. E mi facevo del male.
E così seguitai a farmene, rimuovendo ogni volta l’oggetto di turno del mio amore, sbattendo in un pericoloso cantuccio del mio subconscio il mio essere lesbica fino al midollo.
Più crescevo, più quel semino si rimpiccioliva. Non mi era permesso di rivoltarmi contro chicchessia, dato che io ero quella sbagliata. E rimossi la mia affettività in un colpo solo.
Passarono tanti anni di vuoto assoluto, mentale, affettivo (mi sentivo asessuata o, per usare un aggettivo caro al mio illustre concittadino Paolo Villaggio, “bambolata”). Mi chiesi, ad un certo punto, chi stesse vivendo la mia vita al posto mio.
Per aiutare a capire l’assurdità della mia vicenda personale di allora si deve sapere che, nel tentativo, anch’esso assurdo, di imparare ad essere femminile, spiavo le mie compagne di liceo per carpirne i segreti: che trucchi usare, che intimo acquistare, calze auto-reggenti o collant…

Passarono anni e anni di profondo dolore prima che io riuscissi a capire che quella femminilità non avrei dovuto mutuarla da alcuna. Essa era già dentro di me, ma questo lo compresi fino in fondo solo dopo essermi, finalmente, accorta di essere lesbica. Solo allora ogni mio dubbio inerente la mia femminilità venne meno. Semplicemente ero una femmina – fino al midollo – che ama le femmine. E pure il mio atteggiamento “presunto” mascolino venne del tutto meno. Ma finii in psicoterapia.
Per la prima volta. Mio padre si era ammalato. Sclerosi multipla. La mia famiglia si era sgretolata. Io pure. Mi ci vollero circa due anni per perdonare a mio padre la sua debolezza di uomo distrutto da un male cronico e progressivo che non lascia scampo. E il mio lesbismo? Sotterrato nei meandri di una mente contorta, affaticata, impossibilitata a reagire.
Mi laureai, tardivamente, il 19 marzo del 1998, a 32 anni, in storia ad indirizzo medievale. A piangere, durante la proclamazione a dottoressa da parte della commissione d’esame, fu mia madre, la terribile “controllora” della mia vita, colei che aveva contribuito a soffocare la vera me stessa.

Non per cattiveria, ma per paura. Quella stessa paura che ha dovuto affrontare quando, all’età di 42 anni suonati, sua figlia ha fatto il suo coming out, che è stato più un outing, dato che a dirlo di me, a sbattermelo in faccia, fu proprio mia madre (non sono mai riuscita a celare i miei veri sentimenti… Mi si leggono in faccia).
Tragedia greca? Solo in parte. Mamma perse, per due segnature ad una, l’ìmpari lotta del bene contro il male, dato che mio padre era felice per me (mi buttò le braccia al collo dal basso della sua sedia a rotelle) e mio fratello già lo aveva intuito. E Dio? Ripresi a farlo entrare nel mio cuore proprio nel periodo della laurea, per scoprire che non se ne era mai andato e che, semmai, ero stata io a spegnere l’interruttore dell’Amore Cosmico. Lui aveva sempre vegliato su di me, guidando ogni mia azione verso il ritorno alla mia vera casa, Bethel, la Casa Divina.
Da quel momento in poi compresi che non c’era nulla di sbagliato in me e che la Sua mano amorevole era sempre stata poggiata sul mio capo dolente, di femmina che era considerata sbagliata dalla società e, in primis, dalla famiglia. Lui era sempre stato lì, in un cantuccio del mio cuore, c’è tuttora e mai se ne andrà. Subito dopo averLo ritrovato dentro la mia anima, ho compreso che non lo avrei più abbandonato e che il mio essere lesbica non ha nulla di sbagliato.
Da allora ho cominciato a lavorare nel sociale, soprattutto a favore del lesbismo, di cui poco o nulla si sa. Non mi sono fermata più e, oggi, posso dire che, seppure a fatica e con pochissime soddisfazioni economiche, questo piccolo seme gettato nel fertile terreno dell’attivismo civile sta dando i suoi primi, timidi frutti, fatti di profondo amore, comprensione, attenzione vera alle problematiche di un mondo, quello delle lesbiche italiane, pressoché sconosciuto ai più e, quel che è peggio, alle stesse dirette interessate.

La psicoterapia attuale, invece, non riguarda il mio orientamento sessuale, anzi: sto ricomponendo, a fatica, i cocci di un’infanzia negata, rubata, prima di tutto dai miei famigliari, poi dalla scuola ed infine dalla società, a causa della mia particolarità di PERSONA UMANA.
Pezzo dopo pezzo, ogni frammento viene ricollocato al posto giusto e, finalmente, mi sto rendendo conto che non c’è nulla da raddrizzare in me, che sono giusta così come sono e che così mi ha voluta Dio, altrimenti mi avrebbe forgiata in modo differente.
Lui è l’Amore assoluto, la Grazia adamantina che permea di sé l’intero universo. Lui è l’Amore che fa palpitare il mio cuore. Lui è lì, nella mia anima.
Quello è il Suo posto speciale. Da lì non se ne andrà mai. Lui è l’unica COSA per la quale valga la pena di vivere e di morire, se necessario. È Lui ad avermi fatta rabbiosa, ridanciana, esuberante, gaia, ottimista, mancina, astemia, vegetariana, animalista e lesbica. Potrei mai rifiutarmi di riconoscere queste mie qualità, dal momento che è Lui ad avermele donate, quali peculiarità del mio intero essere?
Qualora io avessi deciso, tanti anni fa, di venir meno al Suo volere, avrei commesso il più grande delitto verso di Lui. E, quando io sono riuscita a farLo rientrare nel mio cuore, solo allora tutto è cambiato, in meglio, dentro di me.

Tutto si è chiarito. Ogni pezzo del mio rompicapo personale è andato al suo posto. Questo è il più grande dono che avrei potuto fare a Lui e a me stessa. Non Lo lascerò mai. Quando ho conosciuto Laura, la persona che amo, avevo appena preso coscienza – in modo tardivo, direbbe qualcuno – del mio orientamento omosessuale. All’epoca avevo appena creato un blog su un noto portale italiano ed ero facilmente rintracciabile sul web, anche perché il mio recente coming out aveva fatto un po’ di scalpore fra le persone che lo frequentavano.
Ricordo quel periodo con un sorriso stampato sul volto dal momento che, essendo io ignara dell’esistenza di termini come discriminazione ed omofobia, vivevo la mia scoperta totalmente alla luce del sole. Così, quando Laura è venuta a trovarmi, sul mio profilo personale, dopo aver letto che il mio libro preferito è l’Autobiografia di uno Yogi di Yogananda, mi ha scritto un messaggio in cui mi metteva in guardia dall’espormi in modo troppo diretto; ad esso ho risposto senza esitazione. Da quell’evento è nata una bella amicizia.
All’epoca entrambe stavamo vivendo una storia d’amore con due ragazze a dir poco problematiche, i cui atteggiamenti avevano molti particolari in comune e così ci siamo ritrovate a condividere lo stesso dolore ed a consolarci a vicenda, del tutto ignare che, di lì a qualche mese, ci saremmo unite nel sacro vincolo dell’amore.

La fine della mia precedente liaison sentimentale ha coinciso con il mio ritorno a Genova, dopo tre anni vissuti in un paesino del sud Italia – per motivi di lavoro – e con la mia dichiarazione in famiglia, che causò un certo trauma a mia madre.
Quando la storia d’amore con Laura ha avuto inizio, entrambe eravamo appena uscite dai rispettivi dolori sentimentali e ci siamo accorte che a legarci in modo ancor più profondo, oltre all’amore reciproco, era la fede in Dio. Per quanto mi riguarda, a pesare in modo consistente sulla mia formazione spirituale è stato il divorzio – io lo definisco in questo modo – dalla chiesa cattolica, nel lontano 1972, all’indomani della mia prima comunione.
Da allora, come ho avuto modo di narrare, ho sentito la necessità di definirmi atea, anche se, in cuor mio, il dialogo interiore con Dio non è mai cessato. Ogni sera, prima di prendere sonno, chiudevo gli occhi e Gli parlavo nel solo linguaggio che io conoscessi, quello del mio cuore. E Lui era sempre lì, accanto a me, nella penombra della stanza, nella mia mente e nella mia anima.
È per questo motivo che, quando mi sono accorta, moltissimi anni più tardi, di non essere mai stata atea, la cosa più naturale che io potessi fare è stata quella di ricominciare ad accoglierLo in tutto il mio essere, complice un maestro spirituale, Paramahansa Yogananda, proprio l’autore di quel libro che tanto aveva attirato Laura, al punto di indurla a mettersi in contatto con me.

Nel 1998, ad un mese esatto dal mio esame di laurea in storia ad indirizzo medievale, un’amica mi chiese di accompagnarla in un luogo, dotato di una piccola cappella, in cui alcune persone si riunivano in modo periodico per pregare e per meditare alla maniera orientale.
Dissi di sì senza esitazioni e, da quel fausto giorno, Yogananda è entrato nel mio cuore. Poco più di un anno dopo, a Roma, ho fatto un voto che mi lega a lui nel sacro vincolo del discepolato spirituale.
Che cosa rende così differente il culto di Paramahansa Yogananda da quello della chiesa cattolica? Tutto e nulla allo stesso tempo: il tutto riguarda il fatto che il cattolicesimo ha volutamente abbandonato l’amoroso messaggio evangelico di accoglienza ed inclusione, al fine di arroccarsi su assurde posizioni che hanno a che fare con una non meglio precisata tradizione, mentre il nulla sta nella ferrea convinzione che tutte le vere religioni, quelle che mettono Dio al primo posto – e con esso l’Amore cosmico che permea di sé l’intero universo e tutte le creature che l’abitano – sono legate da un invisibile filo che le accomuna.

È questo il meraviglioso concetto di spiritualità universale che lega me e Laura, la quale perciò si definisce una persona omnicredente. Ed è grazie ad esso che entrambe viviamo la nostra storia personale insieme come un meraviglioso percorso di anime unite nell’Amore di Dio.
A ferire in modo profondo molte persone omosessuali è, in particolare, quell’esecrabile concetto del cattolicesimo secondo il quale due persone dello stesso sesso non potrebbero condividere, attraverso l’amore carnale, l’unione spirituale di due anime, cosa che sarebbe riservata alle coppie composte da un uomo ed una donna, il cui fine è quello della procreazione.
A Laura e me queste parole non toccano. Ci dispiace solo che molte persone omosessuali si sentano escluse da una chiesa che in alcun modo può permettersi di stabilire chi ne possa far parte e chi no e il motivo sta tutto in quel meraviglioso, commovente rituale dell’Eucaristia: il sacro atto della transustanziazione si ripete ogni volta che un ministro di culto ne recita la formula dall’altare della sua chiesa.
Ogni persona che vi partecipa, nel momento stesso in cui assume parte di quell’amato corpo attraverso l’ostia consacrata, simbolo dell’Amore di Dio nel Suo figlio adorato, non fa altro che rendersi partecipe della grazia di Dio. E di quella chiesa i cui vescovi pretendono di escludere alcune categorie di persone.
Il punto sta tutto qui: per quanti passi delle Sacre Scritture possano metterci in croce, per quanti biasimevoli proclami di esclusione possano uscire dalle bocche di poco illuminati vescovi o cardinali della chiesa di Roma, il nostro battesimo in Gesù mai e poi mai potrà allontanarci da quell’Ecclesia e da quella paroikía che vedono tutte e tutti noi partecipi della somma Grazia divina.

Questa ferrea convinzione anima Laura e me insieme alla consapevolezza di sapere, nella parte più intima del nostro cuore, che ciò sta scritto nella nostra fede.
Essa non può essere spiegata a livello razionale e neppure si rende necessario farlo, dal momento che il nostro sentire più profondo è del tutto volto a quella grazia incommensurabile.
La nostra è un’unione di due anime, ancor prima che di due donne lesbiche che vivono una storia d’amore non riconosciuta dallo stato italiano e nessuno potrà strapparci questa profonda convinzione. Essa ha radici che non stanno su questa terra. Essa viene da Lui.
Laura ed io stiamo insieme da quattro anni e, fin da quando abbiamo cominciato a convivere more uxorio, abbiamo sentito forte dentro di noi la necessità di aprirci al mondo in quanto lesbiche cristiane e, quando don Piero Borelli, il parroco uscente del Don Bosco di Genova, ci ha contattate al fine di conoscerci, mai si sarebbe immaginato che di lì a poco avrebbe fondato un intero gruppo di persone omosessuali cristiane.
Era il 2009 e la sfilata finale del Genova Pride era alle porte. Da allora Laura ed io, le uniche persone omosessuali dichiarate a frequentare il circolo ne siamo diventate, Laura la referente e portavoce ed io la pubblicista. La cosa più importante che mi preme sottolineare, all’interno di questa testimonianza, è il legame profondo che unisce Laura e me, un legame che va oltre la carnalità.

Esso è fatto di una profonda spiritualità che ci vede unite verso uno scopo comune: abbandonare la paroikía di anime incarnate, al fine di ricongiungerci in modo definitivo alla Coscienza Cosmica e, nell’attesa, mentre restiamo qui, abbiamo un solo ed unico compito: vivere la nostra storia d’amore e la nostra vicenda umana in modo da fare sempre, non la nostra, ma la Sua volontà.
Questo altissimo scopo ci pone al riparo da tanti dolori e ci dà la rara possibilità di renderci utili per il prossimo, soprattutto quello di orientamento omosessuale che, al pari di noi, ha bisogno di poter contare su una solida base di partenza per sentirsi meno solo in questo mare magno di discriminazione e di omofobia, civile o cattolica che sia.

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